Il capo perfetto non esiste: spunti di riflessione per migliorare la relazione con il tuo (o la tua) responsabile*

Di | 31 agosto 2018

* Quindi non vale come alibi se il capo sei tu!

Sulle riviste femminili è già acclarato almeno da 15 anni: il principe azzurro non esiste, Pretty Woman è solo un film e “vissero felici e contenti” una proto fake news che ha generato un’illusione collettiva per portare bimbe felici a diventare donne infelici.

Mi sento, mutatis mutandi, di applicare questo concetto anche alle organizzazioni. Avere un capo è normale.  Il capo ideale capita solo una volta nella vita, se capita. Sempre per parafrasare Pretty woman, talvolta capita solo a “quella gran c* di Cenerentola”.

Proviamo a pensarci. Cosa si richiede a un leader oggi? Di essere inclusivo, ma anche decisionista. Imprenditore, ma anche fine organizzatore. E naturalmente persuasivo, capace di ascoltare, sviluppatore di talenti, cattivo quando serve, equanime, team builder e chi più ne ha più ne metta. Una visione un po’ titanica, sarete d’accordo con me. Decisamente utopica. Questi elementi sono utili per darsi obiettivi di crescita ma possono essere fuorvianti se portati a livello relazionale.

Questa retorica porta infatti a determinare aspettative irrealistiche nei confronti di chi ci guida. Per dirla con una battuta… ci piace vincere facile!

capo boss manager

Il problema è che questo ci porta a quella che Covey definisce situazione di “dipendenza”: siccome l’altro non mette in atto i comportamenti che mi aspetterei, io mi sento vittima delle circostanze, del fato terribile, del “non posso farci niente”. Insomma, portiamo responsabilità e visione al di fuori di noi e rinunciamo ad agire in una logica di influenzamento.

Parliamoci chiaro: non sto giustificando comportamenti manageriali inefficaci, che talvolta bloccano i team e le organizzazioni. È la cosa più naturale di questo mondo agire in modo reattivo se il nostro capo è poco proattivo e non si prende mai responsabilità.

Però restare nella “dipendenza” è controproducente innanzituttoper noi. Non ci aiuta a cambiare le cose per noi. Qual è la mia sfera di influenza? Cosa posso fare io per…? Cosa posso tentare di diverso che ancora non ho provato? Che cosa è davvero importante per me? Quali sono i miei obiettivi prioritari? Dove voglio investire le mie energie più preziose?

Queste sono alcune delle domande che possiamo porci per liberarci dal “giogo” della dipendenza.

Una volta chiariti questi aspetti a noi stessi, potremo avere la serenità necessaria per mettere in atto una strategia consapevole di chiarimento delle aspettative reciproche: le relazioni per funzionare hanno bisogno di aspettative chiare, chiarite, richiarite.

Insomma, la ricerca di un capo perfetto è un’attività destinata al fallimento. Lavorare sulle proprie capacità di influenzamento rendendosi protagonisti e responsabili è invece un’attività che sviluppa i nostri muscoli di leader e può portarci a risultati più soddisfacenti per noi  e per le persone che ci circondano.

Per chi conosce i 7 habits, ricordiamoci sempre che le “vittorie private” precedono le “ vittorie pubbliche”.

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